#tuttoandràbene

Sono giorni difficili.

Eppure mi sveglio e mi dico: oggi andrà tutto bene.

Lo ripeto più volte nel silenzio della mia stanza, come un mantra.

Poi mi alzo,  faccio colazione ed incrocio gli occhi rassicuranti di mio padre appena tornato a casa con il Corriere sotto braccio.

Mia madre dorme ancora, ma forse è meglio così,  le quattro mura in cui si trova la rendono particolarmente nervosa: quando si sveglia passa infatti il resto della giornata a cucinare improbabili ricette prese su internet e a ricordarmi di fare i compiti, ripassare, fare esercizi, non chattare, di smettere di giocare alla Play … di non respirare a pieni polmoni che è pericoloso.

E’ il solito rituale di tutti i giorni, ripetitivo e noioso.

Torno in camera e comincio a leggere e mi ritrovo come di incanto dall’altra parte del mondo, in Vietnam con il fiato sospeso per la guerra, ad ascoltare il rumore sordo degli aerei che si avvicinano ed il sibilo delle bombe che cadono polverizzando interi villaggi e foreste. Mi nascondo sottoterra in cunicoli che sembrano non finire mai, al buio  respirando il penetrante odore del napalm.  Sto in silenzio per ore trattenendo il fiato per la paura; tra poco tutto sarà finito e potrò finalmente tornare in superficie,  sempre che i  nemici non mi trovino e mi facciano saltare in aria. Sento le loro voci sopra di me e sono terrorizzato.

Smetto di respirare sino a  che le mie narici si riempiono di un gradevole odore di pizza.

E’ l’ora di pranzo: sono salvo, per modo di dire.

Passo solo da una guerra all’altra: lì c’erano i marines, i vietcong, gli elicotteri Bell; qui c’è un nemico incorporeo e vigliacco che si chiama come l’ultimo modello di uno smartphone; non ti fronteggia a viso aperto, si nasconde, spesso nelle persone anziane e salta fuori all’improvviso facendoti mancare quanto di più prezioso al mondo: l’aria.  

Mi precipito in cucina e mangio con avidità come fosse l’ultimo pasto di un condannato a morte. La mia non è però fame è solo un modo di far passare il tempo che non passa mai. Se fossero commestibili divorerei le ore del giorno per far finire quanto prima questa orribile prigionia. Le energie certo non mi mancano, visto che il massimo della fatica che faccio è spostarmi da una stanza all’altra come un detenuto.  Mentre sto mangiando mia madre mi racconta i numeri della strage; mio padre l’ascolta e l’aggiorna delle ultime notizie apprese dal giornale.

Mi sembra di essere al cimitero.

E’ quasi l’una. Vado in sala, come al solito, per vedere la televisione. Il protagonista è sempre lui, quel viscido  essere che sembra più una mina galleggiante che una corona. Non si parla d’altro.

Stufo mi ritiro nella mia stanza e ascolto l’ultima lezione di matematica e sento i miei compagni di prigionia segregati nelle loro case.

Per fortuna si fanno le tre: finalmente è arrivata l’ora d’aria. Mi vesto, metto il piumino e corro in cortile. Nell’androne c’è Mimmo, che lustra un pavimento quasi brillante; due annoiati in cerca di una fiamma che dia un senso alla giornata.

Dopo qualche minuto rimango solo e comincio a girare in tondo come uno dei carcerati di Van Gogh, loro erano però in tanti e con un braccio l’uno sulla spalla dell’altro. Se fossero qui adesso dovrebbero starmi ad  almeno un metro di distanza.

Il cielo si sta aprendo, l’aria è tiepida come in uno dei primi giorni di primavera.

E’ allora che mi arriva un video da Istagram: ragazzi e ragazze seduti di notte sui ballatoi di una Napoli quasi addormentata che cantano in dialetto.

Erano soli,  annoiati e preoccupati  come me, ma non hanno mollato, non hanno ceduto alla disperazione e hanno deciso di non arrendersi,  di unire le loro solitudini ed affrontare il grande nemico, il signor  Smartphone. La canzone sale dolcemente verso il cielo, spandendo tutt’intorno dolcezza e serenità;  per qualche attimo sono al loro fianco, sferzato dalla dolce brezza del Golfo, abbracciato a tanti nuovi amici che non sapevo di avere.

Siamo un piccolo grande esercito che ha deciso di vivere, di  affrontare tutti insieme il  nemico corpo a corpo.

Non ho più paura, provo anzi una strana sensazione che non avevo mai provato, una forza inaspettata che ha voglia di scatenarsi. Tutto  ora mi sembra diverso, persino l’angusto cortile del carcere  tornato ad essere il mio verdeggiante giardino  brulicante di vita.

Rientro accaldato in casa e mi metto sul computer per rivedere i miei nuovi commilitoni, ma trovo nuovi combattenti, siamo migliaia e continuiamo a crescere.

Passo diverse ore su internet in preda ad un entusiasmo ed una foga indescrivibili fino  alle sei quando mi ritrovo nuovamente nella mia stanza  distratto da un baccano infernale proveniente da fuori.

La strada è deserta, non c’è nessuno, eppure si sente gente cantare.  Una giovane  voce  domina sulle altre e ci sprona a farci sentire ancora più forte a volare ancora più in alto nel blu dipinto di blu; poi ci ricorda che domani alle dodici ci ritroveremo per cantare tutti insieme l’inno d’Italia e a fare un applauso a tutti coloro che sono in prima linea in questa guerra.

Domani ci sarò anch’io, sicuramente non canterò per imbarazzo, ma troverò comunque il modo di farmi sentire; poi inizieremo tutti insieme il countdown che ci separa al 25 marzo.

Oggi è stata una splendida giornata; domani andrà ancora meglio, ne sono convinto; non ho più bisogno di ripetermelo come una preghiera.

Noi vinceremo e torneremo alla vita e tu, invece, caro signor Smartphone, finirai i tuoi giorni in una polverosa provetta di un qualche laboratorio o solo in un annale sconfitto da un banale farmaco per l’artrite creato per quegli anziani  che tu volevi sterminare.

Il sole fa capolino nella mia stanza e sul balcone di fronte a me compare un piccolo arcobaleno: il cielo sembra volermi proprio rassicurare che  alla fine … #tutto andrà bene.